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Una Classroom Vista Mondo. Una Riflessione Sulla Didattica A Distanza Nella Scuola Dell’infanzia

Una classroom vista mondo. Una riflessione sulla didattica a distanza nella scuola dell’infanzia

 

di Valeria Viola

maestra scuola dell’infanzia (Istituto comprensivo “G. Baraone” Baranello), membro Centro di Documentazione e Ricerca sulla Storia delle Istituzioni
Scolastiche, del Libro Scolastico e della Letteratura per
l’Infanzia (Unimol)

 

Il 4 marzo era un mercoledì. Alla fine del turno quando ho salutato le mie colleghe e i bambini non immaginavo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno dell’anno scolastico 2019/2020.

 

Sebbene l’odore di amuchina sulle nostre 76 mani (30 alunni, 4 maestre, 2 collaboratrici e 2 cuoche), ultimamente fosse diventato più forte, le distanze interpersonali più lunghe e le raccomandazioni in ordine all’igiene rivolte ai bambini più numerose e frequenti, il segnale d’allarme dell’emergenza sanitaria COVID-19 suonava ancora indistinto e lontano. Un ritardo di percezione probabilmente dovuto alla distanza dal focolaio principale e dall’isolamento territoriale tipico delle aree interne del Molise che, se da una parte ti emargina, dall’altra ti fa sentire al riparo dai problemi dei grandi centri.

La comunicazione della chiusura delle scuole arrivata in serata mi diede improvvisamente la misura delle dimensioni reali dell’emergenza e capii che neanche lo spopolamento e la viabilità disastrata della mia regione sarebbero bastati ad arginare la diffusione del virus.

Come prima cosa, non so perché, pensai al mio grembiule appeso all’attaccapanni che in genere portavo a casa per lavarlo il venerdì. Subito dopo il mio pensiero si spostò sui bambini che a livello didattico facevano più fatica, sui quali io e le mie colleghe avevamo investito tempo, individuato le strategie didattiche che gli avevano consentito di tagliare già qualche traguardo. Sentenziai che ora quel virus venuto da lontano li avrebbe riportati al punto di partenza. Non poteva essere altrimenti se la riapertura delle scuole sarebbe slittata molto in avanti.

La didattica a distanza (DAD), diffusa prontamente e in maniera capillare su tutto il territorio nazionale e per tutti gli ordini di scuola, non poteva scongiurarne il rischio. Almeno per quello che riguardava gli aspetti che richiedono accorgimenti e strategie didattiche specifiche come la coordinazione oculo manuale, la motricità fine, la prensione, l’orientamento nello spazio ecc.

Se questo era vero, era anche vero però che la DAD rappresentava l’unica possibilità per continuare a essere scuola e soprattutto per provare a garantire ancora ai bambini quella vista sul mondo che la scuola sa dare. Non si poteva ignorare che la scuola soprattutto nei contesti caratterizzati dallo spopolamento costituisce la principale esperienza di comunità al di fuori del nido della famiglia.

A casa c’è il nido. A scuola c’è il mondo” scrive Tognolini in una sua filastrocca.

Niente di più vero se si pensa che specialmente in alcuni contesti è la scuola che sul territorio garantisce l’incontro tra pari che può mancare sia a casa che fuori. Non sempre a casa ci sono fratelli o sorelle: in Italia si fanno sempre meno figli, si sa, e nei piccoli comuni la popolazione è prevalentemente anziana. Una sezione molto spesso dalle nostre parti è composta da bambini provenienti anche da 4 o 5 comuni diversi.

La piattaforma e-learning messa a disposizione del nostro istituto è sembrato essere il mezzo più agile e comodo per tutti per “raggiungere” la scuola. Da ex tutor d’aula e di rete dei percorsi di abilitazione per gli insegnanti ho spinto con convinzione per l’adozione di tale strumento perché a mio giudizio si prestava bene ad essere un luogo di incontro e un contenitore ordinato di materiali e di attività, offriva la possibilità di comunicare in modalità sincrona e asincrona, ed essendo accessibile in ogni momento assecondava i tempi e la disponibilità di ciascuno, favorendo lo sviluppo delle competenze digitali di alunni e docenti.

 

Ciò mi ha spinta e mi spinge ad augurarmi che in generale nel prossimo futuro la DAD non sia prevista soltanto in emergenza, ma concepita finalmente come complementare alla didattica tradizionale. Tale modalità a mio parere può avere una serie di vantaggi:

  • consente di non interrompere il rapporto tra insegnanti e gli alunni durante i periodi di interruzione forzata;
  • favorisce l’apprendimento riducendo il disagio psicologico dei ragazzi ospedalizzati o di quelli che devono assentarsi per le più disparate esigenze e motivazioni;
  • contribuisce ad educare ad un uso più consapevole del mezzo informatico.

 

Tale valutazione non può però riferirsi alla DAD a cui si sta facendo riscorso in questo momento che non è complementare alla tradizionale, ma costituisce l’unico canale di formazione disponibile. Il discorso poi si complica quando è riferita alla didattica di tipo laboratoriale destinata prevalentemente agli alunni più piccoli, a quelli con disabilità e a quelli che frequentano le scuole professionali.

L’emergenza ne ha imposto l’applicazione su larga scala senza che fosse preceduta da una sperimentazione e supportata da studi dedicati, ragione che spinge per ora a procedere per prove ed errori, e non mi consente di formulare valutazioni in termini di efficacia educativa o di fare previsioni in termini di risultati.

Al momento mi sento solo di affermare con convinzione che la DAD per la scuola dell’infanzia non può rappresentare un’alternativa a quella in aula, ma un canale irrinunciabile di comunicazione sociale ed emotiva soprattutto se si considera che gli alunni più piccoli fino al marzo scorso trascorrevano in sezione ben 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana insieme ai compagni e alle insegnanti.

 

La DAD, e in particolare la piattaforma e-learning, a mio parere offre l’occasione preziosa di scongiurare il rischio di affievolire nei bambini il senso di appartenenza alla comunità scolastica e di mantenere viva quella rete di relazioni con i pari e con le maestre.

 

Dal punto di vista propriamente didattico ritengo invece improbabile che in ambiente digitale si possa ricreare quello collaborativo di sezione e che un genitore, anche se volenteroso, riesca a sostituire una maestra soprattutto per quello che concerne lo sviluppo dei prerequisiti. Mi sembra doveroso a questo punto affermare che il coinvolgimento dei genitori risulta fondamentale in questa fase perché senza di loro la DAD non sarebbe possibile. Un coinvolgimento che assume maggiore peso e valore se si pensa che in genere le famiglie si attivano come supporto all’apprendimento dei figli soprattutto a partire dalla scuola primaria.

Da questo punto di vista intravedo nella DAD un fattore di crescita e di aumento di coesione all’interno nel rapporto scuola-famiglia.

La necessità di declinare la DAD alla scuola dell’infanzia, in ragione della complessità della questione fin qui esposta, al principio mi ha provocato un senso di disorientamento, acuito ancor di più dalla fatica nel rintracciare webinar dedicati all’interno della vasta offerta formativa rivolta agli insegnanti. Una carenza che riflette evidentemente la posizione arretrata del nostro ordine di scuola in fila alle priorità educative in fase emergenziale, dettata anche dal fatto che non ha carattere di obbligatorietà.

Tale fattore ha influito in maniera determinante nell’attribuire alla nostra programmazione didattica un percorso obbligato con un limitato margine di movimento e di alternative. L’impegno di noi docenti è stato quello di garantire, in accordo con la dirigenza, un servizio educativo caratterizzato da tempi dilatati, scadenze fittizie, incontri pomeridiani saltuari che gravassero sull’organizzazione familiare già appesantita dal telelavoro e dal calendario scolastico dei figli che frequentano gli ordini di scuole successive.

In punta di piedi e procedendo per prove ed errori io e le mie colleghe, mettendo a frutto le competenze vecchie e nuove, abbiamo dato forma alla classe virtuale, implementandola giorno dopo giorno con attività e materiali e cercando di renderla uno strumento funzionale a “mantenere viva la comunità di classe, di scuola e il senso di appartenenza”, così come raccomanda la Nota MIUR del 17 marzo scorso.

 

Volge al termine questa riflessione che raccoglie le impressioni di un itinerario appena intrapreso che con ogni probabilità sarà sottoposto al ricalcolo del percorso, che ci riporterà stanchi ma di sicuro più arricchiti in aula. Io procedo diretta al prossimo primo giorno di scuola quando finalmente riprenderò il mio grembiule dall’attaccapanni e dall’atrio inondato di sole aspetterò con le mie colleghe l’arrivo degli scuolabus.

 

 

 

 

 

 

 

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