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di Lilith Moscon

Di ritorno dal festival letterario “Isola delle Storie”, ho pensato ai chilometri percorsi in macchina dall’aeroporto di Cagliari a Gavoi e viceversa. La lontananza rende preziosa ogni mèta e fortifica l’intenzione del viaggiatore. Noi, cavalieri contemporanei, cavalchiamo verso le nostre destinazioni a bordo di aerei, macchine, navi, accorciando la durata dei nostri spostamenti e impoverendoli forse del loro potenziale mitico e iniziatico. Ci spostiamo, non siamo in cammino. Tuttavia anche uno spostamento può venire attraversato da storie, avventure, incontri ordinari e straordinari. La mia avventura è iniziata all’aeroporto di Pisa, aspettando tre ore insieme a Francesco Chiacchio il nostro volo in ritardo. Nei ritardi l’essere umano si svela nei suoi lati più inediti e sinceri: i bambini iniziano a dormire accoccolati su sedie, valigie, o a scorrazzare dappertutto inseguiti dallo sguardo disperato di un genitore. Gli ansiosi cominciano ad attaccare briga e ad alzare il tono della voce. I temperamenti più miti tirano fuori un libro o decidono d’imbastire un aperitivo. I collerici si apprestano a sventolare in aria il loro biglietto chiedendo un rimborso. Arrivati a Cagliari è venuta a prenderci una navetta per portarci a Gavoi, dove siamo arrivati a tarda notte. Gavoi è un paese situato nel cuore della Sardegna: è periferia e centro. Ha la capacità di accogliere e contenere della periferia – al contrario delle nostre città che ormai sono diventate perlopiù inospitali e isteriche – e la qualità di rendere visibile ciò che al suo interno accade, caratteristica propria di ogni centro. Dei giorni di festival serbo parole e riflessioni sparse, battute, scherzi, abbracci, incontri. Tuttavia c’è stato un denominatore comune che è la vita, la vitalità. Penso all’espressione di Valerio Magrelli «vado in giro portando merce cognitiva» e a quella di Gaia Manzini « ci sono esseri portatori sani di vita» che mi sono diligentemente appuntata. Se uniamo il verbo “sapere” al sostantivo “vita”, se facciamo incontrare la merce cognitiva con la vita, ne esce qualcosa di molto simile allo spirito che si è respirato a Gavoi durante il festival. Gli autori hanno portato i loro libri e i loro vissuti, le bibliografie e i segreti. Hanno, compresa la sottoscritta, raccontato alcuni aspetti della loro vita privata sul palco o in uno dei tanti momenti di convivialità organizzati dal festival. Ho in mente la storia di Igiaba Scego bambina e già scrivana per la sua famiglia. Ho davanti agli occhi la sua rinoceronte Clara. Immagino le porzioni di mondo attraversate da Erling Kagge, l’Irlanda di Paul Lynch, il tavolo di Patrizia Rinaldi a Napoli da cui si vede il mare, e via discorrendo. Come scrive Blaise Pascal in Pensieri: «Tra noi e l’inferno o tra noi e il cielo c’è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo». Raccontare la vita anche nelle sue fragilità è stato un altro tratto distintivo dei protagonisti del festival, da cui mi sono congedata piena d’ispirazione. Valerio Magrelli ha definito l’ispirazione come un «entrare in sintonia con un’energia che non ci appartiene». Forse, ma dovrei chiederlo a lui, questa energia appartiene al mondo, al vento, a tutta l’umanità, come le idee, e come le montagne che circondano Gavoi.


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